“E’ il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante”
Antoine De Saint-Exupery
Si dice che quando ci si incammina su un percorso spirituale, tutto debba essere percepito come un insegnamento, un’occasione di crescita.
Quando il cammino spirituale e l’esperienza in ambito assistenziale si incamminano sullo stesso sentiero tenendosi a braccetto, il risultato è l’amara consapevolezza che l’essere umano non è più al centro della cura, tutto ciò che viene rilevato in un percorso di malattia è il sintomo, al quale corrisponderà senz’altro una terapia.
Sono consapevole che esistono eccezioni a questa regola, ma la bellezza della cura non dovrebbe rappresentare una squallida eccezione, bensì la più grande ricchezza che gli operatori dell’ambito sanitario possano portare agli esseri umani che soffrono.
Ho recentemente accompagnato una cara persona durante un ricovero per un problema cardiologico; i primi tre giorni nel dipartimento di emergenza si sono rivelati, in modo assolutamente atteso, un vortice di confusione e di frettolosità. Che dire, non ci si può aspettare che all’interno del pronto soccorso di un grande ospedale ci possa essere una grande attenzione ai bisogni della persona (anche su questo capitolo si potrebbero spendere fiumi di parole….); ogni giorno personale diverso, un ricambio continuo per cui nessuno sapeva ciò che si era detto e fatto durante il turno precedente. Una totale mancanza di ascolto, un’attenzione morbosa al dato strumentale ma pochissima cura per la persona sdraiata nel letto.
Il quarto giorno, finalmente , il “paziente “ viene destinato al reparto di cardiologia per ulteriori indagini; nei miei ricordi , i reparti specialistici hanno sempre rappresentato un “fiore all’occhiello”, in quanto più piccoli e super specializzati. Ma purtroppo l’onda lunga dell’approssimazione ha travolto anche queste realtà privilegiate: pochissime persone attente e sensibili, tutti presi dal meccanicismo e dall’adesione ai protocolli, risultato dell’aziendalizzazione degli ospedali. E così succede che un episodio di glicemia molto elevata iatrogena (che vuol dire causata da farmaci assunti…) venga diagnosticata come diabete mellito, e se non fosse stato per la caparbietà dell’interessato che tentava di spiegare che i suoi valori di glicemia erano sempre stati perfetti (fino a qualche settimana prima), senza ricevere ascolto alcuno, ora le fila degli insulinodipendenti includerebbe un paziente in più. Per chi non lo sa, iniziare una terapia del genere, significa assumerla per il resto della vita. Un numero in più nelle statistiche aziendali. Allo stato attuale questa persona ha un valore di glicemia perfetto , senza mai aver assunto farmaci.
Capita poi che , dopo la dimissione, debba effettuare un controllo presso una diabetologa, piuttosto scocciata dall’avere di fronte una persona così scomoda e poco obbediente (ricordo quanto l’obbedienza sia stata ricercata negli eventi degli ultimi quattro anni di delirio….). Alla raccolta dell’anamnesi, viene chiesto al mio amico, tra le altre cose, se ha figli; lui si blocca un attimo e si incupisce, la dottoressa si volta irritata per la titubanza verso di lui, che si mette a piangere, rispondendo che ne aveva due, ma ora soltanto uno perché l’altro è deceduto in un incidente stradale. Io osservo con attenzione la scena, e noto l’imbarazzo della dottoressa che abbassa lo sguardo e riprende a compilare la sua fondamentale anamnesi. Il risultato sarà un bel referto di carta bianca, sul quale è stato annotato che è presente un figlio, e, messo tra parentesi, che un secondo è deceduto. Nessuna cura, nessuna attenzione per una vita spezzata dal peggiore dei lutti. Nessuna comprensione o compassione rispetto al fatto che probabilmente questo è il nodo di tutta un’esistenza, che un corpo fisico stia dando segni di cedimento sotto il colpi di un dolore intollerabile. Sono stata colta da una profonda tristezza e delusione, e dalla consapevolezza che la medicina di oggi è una pericolosa deriva verso il fallimento dell’umanità. Sarebbe bastato un gesto, un sorriso, un contatto per creare una vera relazione, per far sentire l’altro visto e riconosciuto. Il dolore sarebbe passato? Certamente no, ma sicuramente la persona avrebbe avuto la sensazione di esistere, nella sua fragilità.

