Questa domanda ricorre molto spesso negli accompagnamenti nel fine vita, le persone si chiedono cosa resterà del loro passaggio, e che senso abbia avuto la fatica, il dolore, quando tutto pare finire in una impietosa dissoluzione.
Senza dubbio la questione è profondamente esistenziale, in una fase delicatissima dell’incarnazione umana è certamente causa di enorme sofferenza; nell’ottica spirituale si può intravedere un ulteriore aspetto poco esplorato dall’uomo moderno, che conduce a chiedersi quale sia il senso quando la vita volge al termine: chi sono io?
Cosa faccio qui, in questo contesto, in questo tempo?
Ma soprattutto, chi sono io, quando le maschere, i ruoli, i condizionamenti vengono meno?
Il concetto di limite, di “finitudine” può risultare estremamente spaventoso in un’epoca in cui il riferimento è solamente il corpo, o l’immagine, o il denaro. Il tempo che passa, per quanto gentile, non potrà fare altro che disgregare il veicolo fisico, e non esiste cifra abbastanza consistente da poter riacquistare la bellezza della giovinezza.
E allora, invece di abbracciare la gratitudine per ciò che ci è stato concesso e apprezzare la saggezza della vecchiaia, vediamo persone disperate rincorrere, attraverso la chirurgia estetica, un’immagine finta, costruita, che spesso rasenta il ridicolo o quantomeno il pacchiano.
Quando poi nel percorso di vita delle persone “comuni”, che mai hanno posto l’attenzione alle questioni “sottili” o spirituali subentra la malattia, allora il piccolo mondo di faccende effimere falsamente considerate fondamentali, improvvisamente crolla. Chiuso il sipario sulle banalità, che dapprima apparivano di vitale importanza, si spalanca uno scenario di disperazione e solitudine. Molto spesso le persone vicine se ne vanno, spaventate dal carico emotivo e incapaci di reggere il peso della situazione; talvolta si scopre che l’investimento sui figli (come possibili “bastoni per la vecchiaia e il bisogno”) è stato assolutamente fallimentare.
“Perché proprio a me?” è una domanda che sorge spontanea davanti al dolore e alla sofferenza, esprime lo smarrimento e la sensazione di aver subito un’ingiustizia. Ma se è vero che la sofferenza è parte della vita, che comprende un ampio spazio di imprevedibilità, allora forse bisognerebbe spostare l’attenzione su come affrontare ciò che accade.
E’ molto complesso elaborare questioni esistenziali di questa portata, per esempio, a seguito di una diagnosi infausta a breve termine: come dico spesso, non è possibile imparare a nuotare durante una tempesta. Da qui l’importanza di ricercare il senso, il valore della vita in salute e in forza, quando il corpo fisico è un alleato e non una sorgente di sofferenza. Si potrebbe allora comprendere che non siamo semplicemente il nostro corpo, che un giorno verrà abbandonato come se fosse un vestito vecchio. Si potrebbe osservare la bellezza del mondo, e che tutto in natura è morte e rinascita: in nome di quale presunzione l’essere umano dovrebbe andare in deroga a questa legge?
E allora forse troverebbe risposta anche la domanda da cui siamo partiti…cosa rimane di me, quando muoio?
Rimane ciò che ho costruito attraverso le relazioni, ciò che sono stato.
Rimane ciò che ho lasciato di bello nel mondo.
Rimane l’amore che ho saputo donare.
Cos’altro ci serve per dare un senso a tutto?
Articolo scritto da:
ROBERTA COLONNA

