“Sono di fronte all’altro, al quale stiamo comunicando una diagnosi grave, che già sappiamo essere infausta, ma dobbiamo proteggere il nostro interlocutore.
O forse noi stessi.
E’ evidente che le nostre parole pesanti, difficili, arrivano solo parzialmente alla persona davanti a noi, che probabilmente avrebbe bisogno di più tempo per elaborarle, mentre noi dobbiamo fare presto, per sopravvivere.
Qualcosa di pesante aleggia in questa stanza, ha uno strano odore, un odore che riconosco, sempre lo stesso : è il lezzo
della paura, che appartiene senza dubbio a chi sta ricevendo un’informazione destinata a cambiare per sempre la sua vita.
O forse la nostra.”
Questo paragrafo è un estratto della “tesina” che ho scritto al termine del corso di alta formazione in accompagnamento spirituale nei percorsi di malattia e fine vita. Questo scritto voleva essere una carezza per tutti coloro che si trovano ad accompagnare le persone alla fine della vita. Un compito duro, faticoso, di cui si può intravedere la bellezza solo se si naviga nell’oceano della ricerca di consapevolezza. Il termine consapevolezza, a mio vedere, deve sempre essere associato ad un intento, ad uno scopo. In questo caso, dunque, consapevolezza di cosa? A cosa dobbiamo tendere per sopravvivere di fronte alla sofferenza altrui? Sia nel ruolo di care giver che in quello di professionisti, l’aspetto fondamentale è distinguere l’altro da noi, attraverso l’empatia o fusione totale della propria Coscienza con quella dell’altro, vivendo i loro stati d’animo attraverso la Comprensione Amorevole e la Compassione. Vedere l’altro, esserci per lui, sentirne il dolore, ma riconoscere che quella sofferenza non ci appartiene. Si potrebbe pensare che questo sia impossibile per un familiare, ma piuttosto semplice per chi lavora nell’ambito dell’accompagnamento nel fine vita. In realtà, non è esattamente quello che accade….a meno che non si acquisisca, come meccanismo di difesa, la capacità di reificare l’altro, rinunciando peraltro a tutta la ricchezza emotiva del l’incontro, ogni perdita rappresenta un piccolo lutto.
Quella relazione così significativa, all’interno della quale tante parole, tanti sguardi sono stati scambiati, ora non c’è più: e non esiste esperienza che non lasci alcun segno. Anche le persone più “difficili”, quelle che non si lasciano avvicinare, quelle arrabbiate o disperate….tutte loro lasciano solchi profondi. La bellezza dell’accompagnamento che include anche la famiglia, è ciò che rimane dopo, un senso di appartenenza che oltrepassa il momento del lutto e che aiuta tutti a guardare oltre l’ostacolo della perdita.
Oltre l’empatia, sarebbe importante che tutti indagassero il proprio senso, al pensiero della morte; siamo certi che moriremo, non sappiamo quando e come, ma ci guardiamo bene dall’incuriosirci, dall’osservare il fenomeno da vicino. Indagare il fenomeno morte, ne farà scomparire la paura? Probabilmente no, ma se è vero (come vero), che si teme solo ciò che non si conosce, allora probabilmente anche questo ambito non farà eccezione. Ricercare, studiare, informarsi, ma anche ascoltarsi in profondità…tutto contribuisce ad avvicinarsi alla propria idea di “buona morte”, per non farsi trovare impreparati all’appuntamento più importante della vita. Le grandi culture ci insegnano infatti che il momento della morte è il resoconto della corrente incarnazione, che a sua volta è stata condizionata dalle esistenze precedenti: una sorta di esame. Esiste qualcuno che si sia presentato ad un esame senza preparazione, senza un periodo di studio? Se anche così fosse, probabilmente il risultato non sarà stato dei migliori. E probabilmente non è il caso di contare sulla fortuna o sulla buona sorte, come ognuno di noi ha fatto, almeno una volta, nella carriera scolastica; la materia è terribilmente seria.
L’invito è quindi quello di mettersi in cammino, e non attendere che qualcosa di grave accada; pensare alla morte non significa condurre un’esistenza contrita e triste, al pensiero della sua limitatezza. Significa piuttosto dare valore alla vita, ad ogni prezioso istante, utilizzando l’amore come strumento di navigazione. Arriveremo così in porto preparati, quando giungerà il momento di lasciare la nostra nave.
Buon proseguimento a tutti, e buon viaggio…
Roberta Colonna

